Verso una leadership relazionale

Verso una leadership relazionale

 

Lo scorso 10 luglio 2026, Sua Eminenza il Cardinale Mario Grech, Segretario Generale del Sinodo, è intervenuto in occasione del conferimento del grado di Licenza in Dottrina Sociale in Leadership and Management della Facoltà di Scienze Sociali  della Pontifica Università Gregoriana con un contributo (qui sotto) intitolato: 

 

Verso una leadership relazionale, un management missionario, una governance umile: il contributo proprio del metodo sinodale

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ho accolto molto volentieri l’invito ad essere qui oggi perché il tema, l’orizzonte sociale di questa Licenza, l’idea di cambiamento e di processo e di progetto che esprime nella sua proposta mi interessa realmente molto e lo sento vicino a quanto successo e continua a succedere con il Sinodo sulla sinodalità voluto da Papa Francesco e che ora geme le doglie di un coraggioso e profetico cambiamento ecclesiale.  Una sintonia del cum-sentire la complessità della storia contemporanea, non solo quella ecclesiale, che mi spinge ad aprire alcune riflessioni che certamente qui non potranno né essere sviluppate né essere compiute, e che devono però essere annunciate. Ciò che ha avviato il Sinodo, infatti, non riguarda la Chiesa solo verso sé stessa, ma verso tutta la famiglia umana, la casa comune, finanche la stessa relazione con la Trinità.

 

1.     Il riferimento sorgivo

Voi sapete bene cosa sia un “luogo teologico”: mi piace pensare ad una sorte di fonte che rende accessibile, sperimentabile la sorgente. La fonte non è la sorgente ma è ciò che la fa diventare dono e bene comune. La fa diventare “per tutti”. L’orizzonte del vostro percorso, nel contesto epistemologico della Dottrina sociale, mi pare si collochi bene come ricezione accrescitiva del Vaticano II, come reciprocità speculativa del metodo sinodale, e, ultimamente, in piena sintonia con la enciclica Magnifica Humanitas del Santo Padre Leone XIV

Dal Vaticano II vi restituisco come fonte una fortissima espressione, meglio una liberante intuizione di LG 8: «Come Cristo ha realizzato la sua opera di redenzione nella povertà e nella persecuzione, anche la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via, per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo “sussistendo nella natura divina... spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo” (Fil 2,6-7), e per noi “si fece povero, da ricco che egli era” (2 Cor 8,9); così anche la Chiesa, benché per eseguire la sua missione abbia bisogno di risorse umane, non è fatta per cercare la gloria sulla terra, ma per espandere l’umiltà e l’abnegazione anche col suo esempio».

Il vostro percorso, pertanto, è posto come ricezione accrescitiva del Concilio, chiamato a porre tra le note della leadership e del management la complessa e necessaria nota cristica della povertà, della persecuzione, dell’umiltà. Come coniugare queste note necessarie con la costruzione progettuale di obiettivi? Come declinare il loro raggiungimento attraverso il fallimento pasquale? Non abbiate timore di porre note evangeliche paradossali dentro logiche responsabili di progettazione e di pianificazione! La storia siamo chiamati a scriverla come co-autori di Dio che la assume ogni volta nella carne povera del Figlio. La carne del Figlio è la misura veritativa della storia. Il nostro modo di scriverla tra i poveri è la differenza che fa della verità il bene comune.

Se ora guardiamo al Documento finale del Sinodo, apprezzando che «lo stile sinodale può rendere la Chiesa una voce profetica nel mondo di oggi» (n. 47), la nostra attenzione deve fermarsi tanto sui numeri che riguardano la conversione delle relazioni quanto su quelli che riflettono sulla conversione dei processi. Relazioni e processi, i due modi sinodali per tradurre leadership e management.

Alcuni brevi richiami: «Ma soprattutto abbiamo sperimentato che sono le relazioni a sostenere la vitalità della Chiesa, animando le sue strutture» (n. 49). «Per essere una Chiesa sinodale è dunque necessaria una vera conversione relazionale. Dobbiamo di nuovo imparare dal Vangelo che la cura delle relazioni non è una strategia o lo strumento per una maggiore efficacia organizzativa, ma è il modo in cui Dio Padre si è rivelato in Gesù e nello Spirito» (n. 50). «Queste tre pratiche sono strettamente intrecciate. I processi decisionali hanno bisogno del discernimento ecclesiale, che richiede l’ascolto in un clima di fiducia, che trasparenza e rendiconto sostengono» (n. 80). «Se è vero, infatti, che la sinodalità definisce il modo di vivere e operare che qualifica la Chiesa, essa indica al tempo stesso una pratica essenziale nel compimento della sua missione: discernere, raggiungere il consenso, decidere attraverso l’esercizio delle diverse strutture e istituzioni di sinodalità» (n. 87).

Se, ancora, con coraggio guardate al Sinodo sentirete che esso vi suggerirà, vi offrirà, una terza parola che completa nella concretezza sociale dell’impegno il vostro percorso accademico di riflessione e di costruzione di pensiero: la governance! Leadership, management e governance! Il Sinodo diventa profezia di una governance che pro-viene dal qui ed ora del regno di Dio, regno di giustizia, e che vuole tradurre in modo relazionale la leadership, in modo missionario il management, e vivere pertanto la governance al modo dell’esempio della lavanda dei piedi. Così ancora il Sinodo: «Come in ogni comunità che vive secondo giustizia, nella Chiesa l’esercizio dell’autorità non consiste nell’imposizione di una volontà arbitraria» (n. 91). «Per quanto riguarda la trasparenza, è emersa la necessità di illuminarne il significato collegandola a una serie di termini come verità, lealtà, chiarezza, onestà, integrità, coerenza, rifiuto dell’opacità, dell’ipocrisia e dell’ambiguità, assenza di secondi fini» (n. 96). «Pratiche autentiche di sinodalità permettono ai Cristiani di elaborare una cultura capace di profezia critica nei confronti del pensiero dominante e offrire così un contributo peculiare alla ricerca di risposte a molte delle sfide che le società contemporanee devono affrontare e alla costruzione del bene comune» (n. 47).  Porre nel vostro forte contesto universitario di dottrina sociale una riflessione sul metodo sinodale e porre anche nella vostra vita di presbiteri e laici impegnati nella Chiesa una prassi sinodale significa poter declinare queste stesse categorie di leadership, di management, e coraggiosamente di governance, secondo la presenza del regno di Dio nella storia. Presenza come lievito, come senso, come profezia, come compimento.

Infine, per questa prima parte di riflessione, come non riferirsi anche alla enciclica del Santo Padre Leone XIV, la Magnifica Humanitas? Certamente, entrerà immediatamente nei nuovi programmi di studio per la vostra Licenza. Chi verrà dopo di voi la studierà approfonditamente. Qui, a compimento dei riferimenti sorgivi, vorrei soltanto farmi ricezione ad alta voce di alcuni passaggi fondamentali: «Quando cambiano i linguaggi e gli strumenti, cambiano anche i gesti quotidiani e le relazioni sociali. Per questo occorre soffermarsi su alcuni ambiti nei quali tali trasformazioni hanno ricadute molto concrete, a volte drammatiche. Alla luce dei principi della Dottrina sociale della Chiesa, la trasformazione digitale ci chiede di riscoprire la verità come bene comune, di tutelare la dignità del lavoro e di custodire la libertà contro ogni dipendenza e mercificazione» (n. 131). «La ricerca della verità è un elemento essenziale per la democrazia, che è essa stessa uno strumento di partecipazione al bene comune» (n. 134). «Il realismo autentico non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza, proprio per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi. Non riduce la politica alla moralità, ma neppure la consegna alla violenza: cerca vie praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili» (n. 218).

Così conclude Papa Leone XIV: «La spiritualità che desidero consegnare è quella del “saggio architetto” che, animato dalla speranza del Regno di Dio, si impegna a costruire il mondo nel bene (cfr 1Cor 3,10). […] Al termine del percorso, il progetto di una civiltà dell’amore si delinea più chiaramente e il cantiere appare già avviato, soprattutto grazie a tante pietre vive saldamente unite a Cristo, pietra angolare (cfr 1Pt 2,4-6). In quest’opera siamo chiamati ad assumere un ruolo attivo, senza rifugiarci nello spiritualismo o nei nostri piccoli mondi: dobbiamo essere fedeli alla verità, investire nell’educazione, curare le relazioni, amare la giustizia e la pace» (n. 236).

 

2.     Sfide epocali

Basterebbe fin qui! Ma non posso nascondere il desiderio di consegnarvi tre sfide epocali che mi sembra si intreccino perfettamente in questo percorso speculare tra il cammino sinodale e la proposta accademica della vostra Licenza in Leadership and Management.

Prima di tutto, la differenza tra una logica economica e finanziaria di guadagno e invece una (teo) logica evangelica di gestione dei beni ecclesiastici. Porsi, con la forza di un pensiero scientifico, nel fossato di confine tra una economia spinta da logiche di guadagno e di sopruso fino alle guerre e una economia invece animata dal desiderio concreto di riconoscere la dignità umana di ogni persona e popolo e di raggiungere con la spinta della carità quelle condizioni di povertà e di ingiustizia per riscattarle. E, in questo confine escatologico delle cose penultime (Bonhoeffer), collocare la gestione dei beni ecclesiastici come luogo di trasparenza, secondo lo stile del Sinodo, e come segno autentico di speranza, secondo la Magnifica Humanitas.

Altra sfida, tanto per la leadership relazionale quanto per un management dalla vocazione missionaria, proviene dalla intelligenza artificiale e dalla forza gestionale collettiva degli algoritmi. Così, lucidamente afferma il Santo Padre: «Un ulteriore rischio, meno visibile ma non meno grave, è quello del controllo sociale, reso possibile dalla raccolta massiva di dati e dall’uso di sistemi algoritmici. Quando ogni gesto lascia tracce – spostamenti, acquisti, relazioni, preferenze – si crea un potere nuovo: quello di profilare, prevedere e orientare i comportamenti, spesso senza che le persone ne abbiano piena consapevolezza» (n. 171). «Nulla, nel mondo dell’IA, è immateriale o magico. Ogni risposta che appare immediata e perfetta proviene da una lunga catena di mediazioni, da una rete estesa di risorse naturali, di infrastrutture energetiche e, soprattutto, di persone. Una parte significativa del funzionamento dell’economia digitale si regge sul lavoro silenzioso di milioni di esseri umani, impiegati in attività poco visibili ma essenziali: etichettatura dei dati, moderazione dei contenuti – spesso pessimi –, addestramento dei modelli» (n. 173). Tutto questo ci spinge di nuovo ad uno sguardo sulle Governance del mondo, intese come luogo-sfida epocale per porvi la differenza della postura e lo stile del modo della governance dataci dall’esempio di Gesù. «Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune» (n. 5).

Infine, la terza sfida, avvertita maggiormente per la complessità del momento geopolitico che viviamo è la profonda crisi delle democrazie e del diritto internazionale. Il vostro percorso si rivela pertanto un vero contributo pubblico del pensiero cristiano. Il n. 181 della Magnifica Humanitas, prima di accedere alla riflessione sulla civiltà dell’amore, cara a san Paolo VI, si sofferma su una attenta declinazione dei processi democratici di partecipazione secondo il contributo pubblico del pensiero cristiano: «In tale prospettiva, la Dottrina sociale della Chiesa propone una responsabilità condivisa. Chiede che questi processi siano governati con lungimiranza: da istituzioni capaci di regolare senza soffocare e di proteggere senza sostituirsi; da imprese che riconoscano nel lavoro e nella dignità un criterio di successo; da corpi intermedi e comunità educative che ricostruiscano fiducia e legami; da cittadini che coltivino responsabilità, sobrietà, discernimento e senso del vero. Solo così l’innovazione potrà diventare realmente sviluppo umano integrale e non fattore di esclusione e dominio; e solo così la promessa del progresso potrà essere riconosciuta come vera, perché misurata sulla dignità inviolabile di ogni uomo e di ogni donna».

Lasciatemi dire allora anche, e concludo, perché non cogliere (e accogliere) il Sinodo come un vero segno dei tempi nel tempo della crisi delle democrazie? Il Sinodo può dirsi segno dei tempi per la storia della famiglia umana, la cui unità attende la Chiesa come sacramen

10 giugno 2026, 12:53