Libertà, testimonianza e speranza

Libertà, testimonianza e speranza

Omelia del Card. Mario Grech in occasione della Festa di Sant’Agata

Catania, 5 febbraio 2026

 

Carissimi fratelli e sorelle,

La festa della patrona Sant’Agata è motivo di gioia e di orgoglio per la città di Catania. Qui Sant’Agata è “di casa”. Essere catanesi significa anche sentirsi legati a lei. Proprio per questo legame così forte, è importante fermarci a riflettere: come può ispirarci “Santuzza” oggi?

Leggendo il racconto del suo martirio, mi ha colpito il dialogo tra lei e Quinziano. Quando lui le chiese quale fosse la sua condizione, Agata rispose: “Sono nata libera e di nobile famiglia”. Non è un dettaglio secondario: è una frase che mostra una visione molto alta della libertà.

La libertà è il valore più importante che abbiamo; è il punto di partenza di tutti i nostri diritti. Senza libertà non c’è dignità e siamo privati del diritto di scegliere come vivere. Per questo la libertà non è un bene qualunque, ma il bene che rende possibili tutti gli altri. Come dice Papa Francesco: “Senza libertà non c’è vera umanità”.

Possiamo davvero dire di essere liberi oggi, seguendo l’esempio di Sant’Agata? Se la libertà è il valore più importante che abbiamo, la libertà è anche uno dei grandi problemi del nostro tempo perché è diventata fragile, spesso confusa e malintesa. Oggi pensiamo che ogni desiderio debba diventare un diritto. Abbiamo finito per confondere la libertà con il fare ciò che ci piace. A volte pensiamo che essere liberi significhi fare tutto senza limiti. Ma questa non è libertà. Senza limiti non cresciamo: ci perdiamo.

Una libertà che non vuole nessun legame è una libertà vuota, che non riesce a costruire nulla di stabile. La vera libertà, invece, è quella che sa scegliere un legame buono e restarvi fedele. È lì che nasce qualcosa di stabile, di vero, di umano. Quando scegliamo un impegno, un valore o una promessa, la nostra libertà prende forma e acquista significato.

Immaginiamo una persona che decide di sposarsi. Prima di quella scelta, potrebbe pensare che la libertà significhi “tenersi tutte le possibilità aperte”, non legarsi a nessuno, non prendere decisioni definitive. Ma nel momento in cui sceglie di amare una persona e di impegnarsi con lei, la sua libertà non diminuisce: prende forma.

Perciò scegliere un legame non significa perdere libertà, ma creare qualcosa di nuovo. Quando decidiamo a cosa dedicarci, stiamo scegliendo chi vogliamo diventare. Il musicista che si esercita ogni giorno rispettando la grammatica musicale (le partizioni, la melodia, il tempo, …) non perde libertà: la conquista. Chi segue un principio morale non si chiude in una gabbia: trova una strada chiara. La vera libertà non è fare tutto ciò che si vuole senza norme. È saper capire cosa conta davvero e impegnarsi per quello.

Di fatto per Sartre, siamo “condannati” ad essere liberi, il che significa che siamo costantemente chiamati a fare scelte e ad assumercene la responsabilità. Per questo la libertà più grande non è quella senza legami, ma quella che sceglie i legami che rendono la vita piena e ricca di senso.

Come dice Massimo Recalcati, pensare a una libertà senza limiti è infantile: la vera libertà nasce dall’accettare i legami, non dal rifiutarli. E un altro autore, Musil, scrive che «la felicità è nel limite» … «ma guai se il limite è vecchio di un’ora», nel senso che il limite serve la vita solo se è in grado di rinnovarsi e ridefinirsi continuamente.

Per il credente, Dio è il limite ultimo verso cui tende il nostro desiderio. Senza Dio, l’uomo intristisce perché l’uomo è, nel profondo, un essere religioso, un “mendicante di Dio”. Perciò, aprirsi a Dio mi rende libero: mi permette di scegliere, di non essere schiacciato dalle circostanze o dal potere. Quando Gesù si è fatto uomo, Dio ha mostrato il suo volto, così che l’uomo potesse avere la luce per impegnare tutta la sua libertà. Gesù, «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 45,3), è diventato nostro compagno e accende il nostro desiderio, sfidando come nessun altro la nostra libertà, cioè la nostra capacità di dire un “sì” vero.

Questo aiuta a capire perché, quando Quinziano chiese ad Agata: “Se dici di essere libera e nobile, perché vivi e ti vesti come una schiava?”, lei rispose: “Perché sono serva di Cristo… La vera libertà e la vera nobiltà stanno proprio qui: nel mostrare di essere servi di Cristo”. Dopo il suo incontro con Gesù, Agata è diventata una donna davvero libera, e così si presenta.

Ciò di cui l’uomo di oggi ha bisogno non è tanto un discorso religioso, ma l’esperienza di un incontro. Si scopre il bello del Vangelo incontrando persone che hanno già fatto questo incontro. Forse è proprio questo ciò di cui abbiamo bisogno oggi nella Chiesa. Non mancano parole, consigli; non mancano neppure le celebrazioni. Quello che spesso manca sono cristiani che, con la loro vita concreta, mostrino di aver davvero incontrato Gesù. Non persone che parlano di Lui, ma persone che lo trasmettono.

Perché quando qualcuno ha incontrato davvero Cristo, questo incontro lascia un segno: cambia il modo di vivere, di scegliere, di amare. E soprattutto rende liberi. Papa Benedetto XVI ricordava che la vera libertà nasce dall’incontro con la Verità, e che questa Verità è una persona ha un volto: è l’amore, è la gioia, è Cristo stesso. La verità ci rende liberi e la libertà ci rende veri. È un circolo virtuoso: quando accogliamo la verità di Dio, diventiamo liberi dalle maschere, dalle dipendenze interiori; e quando siamo liberi, possiamo finalmente essere autentici, senza doppiezze, senza finzioni.

Ma la libertà è continuamente minacciata da forze che cercano di opprimerla, spesso in modo subdolo. Se non impariamo a riconoscere queste insidie, la libertà non viene semplicemente limitata: viene lentamente spenta, svuotata dall’interno.

Basta guardare quanto gli algoritmi influenzano la nostra vita di ogni giorno. Ci dicono cosa guardare, cosa comprare, cosa desiderare e perfino cosa pensare. Abbiamo l’impressione di essere liberi perché possiamo “scegliere”, ma spesso scegliamo solo tra le opzioni che qualcuno ha deciso per noi. Ci portano a spasso per il naso! Tirano i fili e noi seguiamo! Senza accorgercene, viviamo immersi in un flusso continuo di messaggi e suggerimenti che non abbiamo scelto noi. Così le nostre emozioni vengono guidate, le nostre reazioni previste, i nostri gusti formati e la nostra mente finisce per essere manipolata.

Anche qui il dialogo tra Quinziano e la nostra Patrona ci illumina. Di fronte a una giovane così incrollabile, il proconsole tenta in ogni modo di spezzarne la fierezza, cercando di intimidirla con la forza del suo potere: prima la fa rinchiudere in carcere, il giorno seguente la sottopone ai supplizi e, accecato dall’ira, ordina che venga torturata al petto e che le siano strappate le mammelle e messa sui carboni ardenti!

Eppure, Sant’Agata rimane salda. La sua libertà guarda oltre la sofferenza e oltre la morte.

Mi piace immaginare che Agata abbia pronunciato, nel suo cuore, le stesse parole attribuite a un martire contemporaneo siciliano, Paolo Borsellino: “È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

La paura, purtroppo, viene spesso usata da chi vuole controllare le persone. È più facile comandare chi è spaventato e vive nella miseria. La paura blocca, immobilizza. È l’inizio di ogni forma di schiavitù. Quando la paura confonde la mente e raffredda il cuore, diventa difficile capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Per questo spinge molti a tacere.

Il silenzio dettato dalla paura – l’omertà – non è solo qualcosa di sbagliato: toglie libertà alla persona, le impedisce di dire la verità e di comportarsi secondo la propria coscienza. Don Pino Puglisi diceva: “Non ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti”.

Gesù dice ai discepoli di non avere paura delle minacce. La violenza non fa solo male al corpo: toglie coraggio, fa perdere fiducia e spegne la speranza. Per questo Gesù propone un’altra strada: non arrendersi, ma fidarsi. Questa fiducia nasce dal sapere che la nostra vita è nelle mani di Dio. Gesù invita i suoi amici a trovare sicurezza nel suo amore, un amore che non viene mai meno, nemmeno nei momenti più difficili. È come se dicesse: “Non siete soli. Non siete in balia del caso. Siete nelle mani di un Padre che vi conosce e non vi abbandona”. La speranza, antidoto di ogni paura, è possibile!

Per noi la speranza è un dono dello Spirito ed ha un nome, Gesù. Come sottolinea Papa Leone XIV, la speranza evangelica «è generativa. Infatti è una virtù teologale, cioè una forza di Dio, e come tale genera, non uccide ma fa nascere e rinascere.

Come le candele votive di Sant’Agata illuminano la notte, così la speranza illumina il buio della vita. Più candele ci sono, più forte è la luce; per questo è importante sperare insieme. Riscoprire la bellezza dei legami umani, in una società e in una Chiesa spesso segnate da indifferenza e anonimato, è già un gesto rivoluzionario. Per questo è così importante l’invito del recente Sinodo dei Vescovi a “camminare insieme”. La comunione non solo ci dà forza, ma fa nascere nuova speranza.

La processione di Sant’Agata che attraversa le strade della città è un segno forte del nostro camminare insieme. A volte, nella nostra società, i cortei diventano luoghi dove ci si nasconde nella folla, senza farsi vedere e senza assumersi responsabilità.

Per noi non può essere così. In questa festa capiamo il vero significato del camminare insieme, in modo sinodale e missionario. Camminiamo come Popolo di Dio, come Popolo Santo di Dio, dove ognuno partecipa secondo il dono che ha ricevuto, in una corresponsabilità concreta. Nessuno è spettatore, nessuno è ai margini, nessuno è anonimo. Come ha fatto notare Papa Leone sabato scorso: «in quanto forma della comunione che ci lega, la sinodalità rende attenti allo sguardo di chi abbiamo accanto, e non solo a ciò che osserviamo, esercitandoci nel comporre visioni d’insieme che rispettano la complessità senza cadere in confusione e cercano la verità senza temere il confronto».

Cari fratelli e sorelle, libertà e speranza camminano insieme: senza speranza non può esserci vera libertà. Ma quale speranza può sostenerci in una società come la nostra, che spesso rifiuta tutto ciò che è spirituale? Cosa succede quando il vero Dio viene sostituito da tanti “dei” che non salvano? Sant’Agata lo aveva capito bene quando disse al proconsole, uomo degli idoli ma non di Gesù Cristo: “La vostra libertà vi porta a una grande schiavitù: vi rende servi del peccato e vi sottomette a legni e pietre”.

Se vogliamo ridare alla nostra città speranza e libertà, chiediamo a Sant’Agata questa grazia: che ci protegga non solo dalle calamità naturali, ma soprattutto da quelle spirituali. È importante che la nostra Patrona interceda perché tutti possano capire presto che la fede in Gesù Cristo non è qualcosa di assurdo, ma un fuoco che dà forza e riempie la vita di energia, di luce, di amore. Amen.

05 febbraio 2026, 12:34