Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti

Sintesi del Rapporto finale del Gruppo di Studio 9 (Testo originale: italiano)

Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti

Sintesi in ENG – ESP – FRA – ITA – POR

SCARICA IL RAPPORTO FINALE COMPLETO IN INGLESE O IN ITALIANO

SOLO IN INGLESE: TESTIMONIANZA 1TESTIMONIANZA 2TESTIMONIANZA 3

 

Sintesi

 

Il Gruppo di studio 9, fin dall’inizio del suo percorso di riflessione e apprendimento sinodale, ha riconosciuto il valore ispirativo di un’icona biblica di riferimento: gli eventi narrati nei capitoli 10-15 degli Atti degli Apostoli. Queste pagine mostrano come sia possibile valorizzare le diversità antropologico-culturali, senza inibire o tradire la novità del Vangelo, ma facendola piuttosto fiorire in ascolto dello Spirito Santo nello scambio dei doni ricevuti e coltivati.

Il Gruppo ha scelto inoltre di adottare una metodologia sinodale di lavoro anche attraverso il confronto con persone impegnate in modi e contesti ecclesiali diversi e con competenze differenziate. Questo processo di ascolto e dialogo ha preso la forma di due seminari, in cui i partecipanti hanno condiviso le loro considerazioni sulla prima bozza del rapporto precedentemente ricevuta. Delle loro osservazioni e dello scambio che ne è nato si è tenuto conto nella stesura successiva del testo.

Man mano che proseguiva il proprio lavoro, il Gruppo ha maturato la convinzione di riformulare terminologicamente le questioni “controverse” in questioni “emergenti”. Mentre la formula “questioni controverse” rinvia al piano teorico e alla necessità della “soluzione di un problema”, l’espressione “questioni emergenti” rimanda invece alle qualità, alle disposizioni e al dialogo disponibile alla “conversione relazionale”, che l’intero Popolo di Dio è chiamato ad assumere nel cammino della Chiesa sinodale. Il documento elaborato dal Gruppo si compone di tre parti.

 

I.     Un cambio di paradigma nella missione della Chiesa e le dinamiche del processo sinodale che lo promuovono

Il discernimento delle “questioni emergenti” è un’occasione preziosa per fare esperienza di un autentico “cambio di paradigma” (cfr. Veritatis gaudium, 3) rispetto a quello che ha prevalso nella vita ecclesiale lungo gli ultimi secoli, ma già avviato nel Concilio Vaticano II. Parlare oggi di un “cambio di paradigma”, significa riscoprire la concezione biblica della verità di Dio che si rivela nella storia, promuovendo processi di apprendimento condiviso nella comunità cristiana.

Per sviluppare e attuare il cambio di paradigma è necessaria un’ermeneutica dell’umano che valorizzi il carattere storico, esperienziale, pratico e in contesto dell’umano stesso, che nel Cristo si compie. Ogni persona infatti è una singolarità, la cui totalità e unicità si costituisce in relazione all’altro/a, alla società e alla cultura, secondo un profilo insieme temporale e narrativo. La persona inoltre non è in relazione solo con il proprio corpo e il volto di altri (il tu), ma anche si situa all’interno di relazioni istituite, sociali e culturali: è chiamata a esprimersi in un noi.

Allo stesso tempo, la verità universale dell’umano non è determinabile storicamente una volta per sempre, ma si dà nelle forme concrete delle differenti culture ovvero in un dialogo incessante in cui culture, comunità e persone progrediscono nello scambio dei doni, sollecitate dalla ricerca della verità e della giustizia, alla luce del Vangelo.

Il cambio di paradigma deve essere anzitutto a servizio dell’incontro relazionale e dinamico con il kerigma della salvezza. La rilevanza antropologica del kerigma si declina infatti come un incontro di grazia, per ciascuno dei suoi interlocutori, con l’agape «sempre più grande» di Dio in Cristo mediante lo Spirito Santo (cfr 1Gv 3,20). Nel Documento Finale (DF) il cambio di paradigma viene promosso attraverso l’assunzione in concreto di alcune dinamiche proposte alle comunità cristiane per camminare nell’esercizio della pratica sinodale: la conversione relazionale, l’apprendimento comune e infine la trasparenza.

La conversione relazionale riguarda principalmente i processi in cui tutti i battezzati e le battezzate sono in grado di apprendere attraverso le pratiche (ecclesiali, liturgiche, sociali). Mediante le pratiche, infatti, i soggetti non si limitano a risolvere i problemi più o meno grandi della loro vita quotidiana, ma contribuiscono a disegnare insieme la scena linguistica, simbolica e culturale entro la quale i problemi possono emergere, essere nominati ed elaborati insieme.

Le dinamiche di apprendimento, a loro volta, sono evangelicamente improntate quando mettono il Popolo di Dio nella condizione di leggere e interpretare le parole e i segni operati da Gesù, di penetrarne sempre più intensamente i contenuti per la vita odierna e di aprirsi alla voce dello Spirito.

La cultura ecclesiale della trasparenza infine non è solo riconducibile a un’esigenza sentita nella società contemporanea, ma va intesa nell’ottica dell’imperativo evangelico ed etico del “dire e fare la verità”: è un aspetto qualificante della fedeltà della Chiesa al kerigma, nonché alla relazione e alla fiducia nell’altro in seno alla comunità.  

 

II.   Il principio di pastoralità e le sue pratiche in una Chiesa sinodale

Il Gruppo di studio, nel solco tracciato dal magistero del Vaticano II, ha individuato nel “principio di pastoralità” l’orizzonte interpretativo e istituente il cambio di paradigma in atto. Per “principio di pastoralità” si intende la messa in opera, da parte della Chiesa, della logica secondo cui non c’è annuncio del Vangelo senza farsi carico dell’interlocutore nel quale l’annuncio è già operante nello Spirito (cfr. GS 22), dal momento che egli/ella può riconoscerlo e aderirvi in libertà.

Il soggetto che agisce il principio di pastoralità è il Popolo di Dio nel suo insieme, nella molteplicità dei ministeri, dei carismi e dei ruoli, ma anche delle diverse forme di partecipazione che consentono di attivare le dinamiche di conversione relazionale, apprendimento comune e trasparenza proposte dal DF.

Poiché abbiamo a che fare non anzitutto con un problem solving, ma con la costruzione del bene comune, il punto di partenza non consiste nella correzione (a livello dottrinale, pastorale, etico) di eventuali situazioni ritenute problematiche nell’esperienza credente concreta, ma nel riconoscimento e nel discernimento delle istanze di bene che le pratiche credenti esprimono, spesso attraverso un sapere diffuso e informale. In questa linea, il ruolo specifico dell’autorità è anzitutto quello di ascoltare, attivare processi di discernimento e accompagnarli per giungere all’espressione di un consenso, anche differenziato, quando ciò contribuisce alla costruzione del bene comune (cfr At 15).

In coerenza con il principio di pastoralità la pratica della conversazione nello Spirito, sperimentata nel corso del cammino sinodale, assume – in forme opportunamente adattate alle concrete circostanze e alle tematiche da affrontare – un valore imprescindibile per sviluppare sempre più convintamente una “cultura ecclesiale della sinodalità”. Per questa ragione, si propongono alcune modalità procedurali utili al discernimento delle questioni emergenti e alla partecipazione attiva dei soggetti concreti, personali e comunitari, direttamente coinvolti: ascoltare noi stessi, ascoltare la realtà, convocare i saperi.

 

III. Per un esercizio sinodale del discernimento nelle Chiese locali: due questioni oggi emergenti

Nella terza parte del documento vengono proposti due esercizi di discernimento sinodale attorno ad altrettante questioni emergenti: l’esperienza delle persone omosessuali credenti (cfr Annesso A, 1 e 2) e l’esperienza di non violenza attiva da parte di persone e associazioni in situazioni di guerra (cfr. Annesso B).

In questa prospettiva vengono presentate due testimonianze, attraverso la narrazione di storie di persone concrete, grazie alle quali si è cercato di fare un esercizio di rilettura e discernimento: si sono individuati gli “stati nascenti” che in esse si possono riconoscere, per offrire alcune riflessioni e soprattutto alcune domande come contributo alla messa in opera delle pratiche di discernimento sinodale nei diversi contesti ecclesiali.

Nella proposta di discernimento sinodale attorno alle suddette questioni assume particolare rilievo la disposizione all’ascolto delle testimonianze raccontate dalle persone coinvolte. Come anche non si è voluto concludere il processo di ascolto e di riflessione con un pronunciamento finale, ma con alcune piste per un discernimento etico-teologico e alcune domande per la prosecuzione del cammino sinodale. L’intento è quello di fornire un aiuto perché le singole comunità e la chiesa tutta si facciano carico in prima persona dell’impegno a riconoscere e promuovere il bene con cui Dio agisce nella storia e nell’esperienza delle persone.

05 maggio 2026, 11:30