La revisione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis in prospettiva sinodale missionaria

Sintesi del Rapporto finale del Gruppo di Studio 4 (Testo originale: italiano)

La revisione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis in prospettiva sinodale missionaria

 

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Sintesi

 

        I frutti del lavoro del Gruppo di studio vengono raccolti nella forma di una «Proposta di Documento». In essa si prospettano coordinate e piste operative per un aggiornamento della formazione al ministero sacerdotale in sintonia con la conversione sinodale-missionaria della Chiesa. Per configurare il rinnovamento auspicato non si è messo mano al rifacimento della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis. Relativamente recente (2016), questa offre principi, criteri e linee operative che già orientano a percorsi formativi consoni alla figura della Chiesa missionaria e, per questo, sinodale. Si pensi, ad esempio, all’insistenza sul discepolato quale condizione decisiva per la configurazione a Cristo Pastore e Servo; alla dimensione essenzialmente comunitaria della formazione; all’appello circostanziato per una formazione integrale; al coinvolgimento di una varietà di figure nel discernimento.

        Al contempo, nell’ascolto docile del Documento finale, vanno raccolte senza indugio le istanze dell’Assemblea Sinodale circa l’identità relazionale del ministero ordinato «nel e dal» Popolo di Dio: una formazione che si svolga nel vissuto ordinario delle comunità cristiane; momenti non solo sporadici di formazione condivisi con altri membri del Popolo di Dio; una più ampia partecipazione di persone di varie vocazioni alla formazione dei futuri pastori, con particolare attenzione all’apporto delle donne e delle famiglie; l’acquisizione di competenze indispensabili per una Chiesa sinodale, come l’ascolto, il dialogo, la corresponsabilità e il discernimento ecclesiale. Sempre in vista di una più generosa corrispondenza al mandato missionario di Gesù.

        In considerazione di tutto ciò, il Gruppo di studio ha preparato una proposta di «Documento orientativo per l’attuazione della Ratio Fundamentalis e della Ratio Nationalis in chiave sinodale missionaria».           

        Il Documento proposto fornisce dapprima un quadro ecclesiologico-pastorale (Preambolo) alla luce del quale rivedere e attuare secondo la «novità» sinodale la formazione presbiterale. Esso mette a fuoco la figura della Chiesa e, rispettivamente, quella dei presbiteri. Evitando di riscrivere un’ecclesiologia e una teologia del ministero ordinato, si procede a evidenziare quei tratti della comunione e della missione del Popolo di Dio e, in esso, della figura del ministero ordinato che l’Assemblea Sinodale ha precisato recependo e integrando l’eredità del Concilio.

        In linea con il Documento finale si individuano così le conversioni cui è chiamata la Chiesa nella sua docilità allo Spirito del Signore, a partire dalla conversione relazionale (Preambolo 1), per la quale il Popolo di Dio vive di relazioni nuove, improntate all’amore reciproco, diventando così lievito efficace di fraternità nei vari ambiti della società.

        La conversione missionaria (Preambolo 2) della Chiesa ambisce ad alimentare la coscienza della corresponsabilità di tutti i fedeli nella testimonianza e nell’annuncio del Vangelo; corresponsabilità che implica il coinvolgimento di tutti nel discernimento e nell’attuazione dei passi di conversione più convenienti per camminare nella «dolce e confortante gioia di evangelizzare» (EG 10).

        La comune missione di tutti i battezzati si regge su una grande varietà di doni, che per la loro indole evangelica, fruttificano nella comunione del Popolo di Dio, di sua natura missionario. La conversione alla comunione (Preambolo 3), insieme alla coraggiosa valorizzazione di carismi e ministeri, deve prevedere pratiche feconde di quel mutuo riconoscimento capace di sostenere una reale collaborazione apostolica.

        In rapporto a questo sviluppo sinodale dell’ecclesiologia conciliare, l’identità dei presbiteri va delineata in chiave relazionale e comunionale. Se il riferimento a Gesù Cristo Capo, Servo e Pastore è fondante, esso sarà davvero fecondo perché, valorizzando la dimensione ecclesiologica del ministero ordinato, lo concepisce «nel e dal» Popolo di Dio. Sulle note sempre preziose di Presbyterorum Ordinis prende forma pertanto una conversione al servizio (Preambolo 4), per la quale la fraternità del Popolo di Dio non è seconda né secondaria per l’identità dei ministri ordinati. Tantomeno allora, nel processo formativo al ministero, la fraternità della comunità cristiana può essere disertata o al più vissuta sporadicamente. Essa non è mero scenario, ma luogo vitale, terra buona da cui germoglia e cresce l’identità dei presbiteri: uomini della fraternità del presbiterio intorno al Vescovo insieme ai diaconi, uomini che conoscono i volti e i piedi dei fratelli e sorelle della comunità cristiana cui appartengono, uomini che in questo atteggiamento di servizio presiedono all’edificazione del Popolo di Dio sulla Parola e l’Eucaristia. Evitando le derive di modelli formativi improntati a certa separazione sacrale del ministro ordinato dal Popolo di Dio, questa conversione sospinge ogni progetto formativo, con i suoi luoghi e i suoi tempi e le sue comunità, a garantire una più ampia partecipazione dei candidati alla vita delle comunità cristiane.

        Se mira a plasmare un’identità relazionale dei presbiteri nel loro configurarsi a Gesù Cristo Capo, Servo e Pastore, la formazione deve accompagnare i candidati ad acquisire disposizioni e competenze proprie di una conversione a uno stile sinodale (Preambolo 5). La conversione missionaria e sinodale della Chiesa conoscerà esiti degni del Vangelo se quanti ne presiedono il cammino nelle comunità cristiane si adoperano per un discernimento ecclesiale. Insieme al Vescovo, compete in modo singolare ai presbiteri vegliare perché possa esprimersi il sensus fidei del Popolo di Dio e trovino ascolto le attese dei poveri. Sono chiamati quindi a praticare la corresponsabilità differenziata nei processi decisionali e ad assicurare trasparenza, rendiconto e valutazione per le scelte che scandiscono la vita della comunità cristiana.

        Coerentemente il Documento proposto richiama la conversione della formazione (Preambolo 6) alludendo a «piste operative» che vengono di seguito precisate nelle Linee-guida. L’esperienza formativa dovrebbe essere maggiormente omogenea alla vita che i candidati condurranno successivamente: dove, per il ministero pastorale, lo stare con Gesù si declina nel camminare apostolico con e per il Popolo di Dio. In questa prospettiva non si deve rinunciare certo agli opportuni aggiornamenti della comunità formativa che è il Seminario. Ma è oltremodo conveniente, approntare pure differenti «luoghi/tempi» formativi necessari per un’educazione alla missione e alla sinodalità; se la conversione riguarda anche la dimensione strutturale della responsabilità formativa della Chiesa, è bene sviluppare percorsi verso il presbiterato nei quali il «Seminario» non risulti la struttura unica ed esaustiva per la formazione. 

        Certamente si dovrà garantire il tempo e lo spazio necessari («venite in disparte») per approfondire e verificare la chiamata al ministero sacerdotale e, per la Chiesa latina, il carisma del celibato in un’intensa vita spirituale marcata da ritmi custoditi e guidati. Al contempo, però, il Seminario non dovrà risultare un’esperienza prolungata lontana dal Popolo di Dio. Pare necessario prevedere lungo il percorso anche altri moduli formativi, non alternativi ma complementari al «luogo/tempo» del Seminario che garantiscano ai candidati un reale abitare la condizione umana ordinaria e l’immersione stabile nel vissuto della comunità cristiana, capaci di assicurare una solida maturazione integrale: evitando così condizioni di separatezza dove più facilmente si covano irresponsabilità, dissimulazioni e infantilismi clericali. Questa modulazione di luoghi e tempi differenti nell’itinerario verso il ministero ordinato facilita, tra l’altro, una formazione condivisa con fratelli e sorelle impegnati in altri percorsi vocazionali/ministeriali, attivando dinamiche di mutuo riconoscimento e valorizzazione. Non altrimenti si può sperare oggi una solida maturazione integrale.      

        Nella seconda parte (Linee-guida) il Documento proposto offre indicazioni per una rilettura e attuazione della Ratio Fundamentalis e delle Ratio Nationalis in chiave sinodale e missionaria: «piste operative» per un rinnovamento che, sul piano culturale e formativo, sul piano strutturale e istituzionale, nonché su quello normativo, già si avvantaggia di sperimentazioni e aggiornamenti in atto che sono raccolti nell’Appendice (Buone Pratiche) del Documento.

        È l’attenzione all’ambiente educativo e alla cura per una formazione condivisa del Popolo di Dio a schiudere alcune prime piste operative (Linee-guida 1). 

        Esperienze formative distaccate dalla vita ordinaria dei fedeli si rivelano negative per il cammino al ministero ordinato; piuttosto il processo formativo si svolga a stretto contatto con il quotidiano del Popolo di Dio, in modo da abitare realmente la condizione umana e fare pertanto vera esperienza di Dio e della complementarietà delle diverse vocazioni.

        Sotto questo profilo, un reale vissuto di fede e di impegno nella comunità cristiana è presupposto indispensabile per un iniziale discernimento della vocazione: prima che si intraprendano cammini specifici.

        Già dalla tappa propedeutica non manchino esperienze e momenti di formazione condivisi con laici, persone consacrate, ministri ordinati, così che nella concretezza più elementare delle relazioni avvenga la conoscenza di sé e si apprenda a collaborare fraternamente con tutti.

        Quanto all’ambiente formativo, il Documento proposto ritiene opportuno alternare al modulo tradizionale, che comporta necessariamente nei primi anni la residenza in Seminario, moduli differenti che prevedano, specialmente nella tappa configuratrice, la residenza in comunità parrocchiali o in altri ambienti ecclesiali, senza che ciò comporti un’estensione ulteriore dei tempi formativi.

        Scelte in tale direzione promettono di agevolare una formazione realmente integrale; questa infatti beneficerebbe della relazione ordinaria con tutti i membri del Popolo di Dio, favorendo la crescita di personalità responsabili e mature, anche nella dimensione affettivo-sessuale.

        Un secondo insieme di piste operative (Linee-guida 2) riguarda lo stile partecipativo e sinodale che deve innervare la formazione sacerdotale. Si tratta anzitutto di coltivare e custodire l’intimo nesso tra il rapporto profondo con Gesù Cristo e la vita fraterna della comunità (Linee-guida 2.1). Deve essere definito un numero sufficiente di seminaristi e di formatori in assenza del quale non può esserci comunità formativa. All’interno del Seminario, se la comunità è sufficientemente ampia, si costituiscano «gruppi di vita» che consentano un accompagnamento più personalizzato e favoriscano un’esperienza effettiva di condivisione fraterna nella comunità. In tal modo si salvaguardano assetti di «vita normale» in cui ciascuno può acquisire responsabilità e spirito di servizio per le cose di ogni giorno, al riparo da fughe in un imborghesimento ieratico. Anche da qui prende corpo una vita spirituale profondamente marcata dalla passione per la comunità, la sua missione, la sua sinodalità.  

        Si profilano poi piste operative a livello di curriculum teorico-pratico per la formazione a un esercizio del ministero presbiterale a favore della Chiesa missionaria e sinodale (Linee-guida 2.2). Per iniziare all’acquisizione di attitudini e competenze relative alla corresponsabilità e al discernimento comunitario si approfondisca già dalla tappa propedeutica il Documento finale del Sinodo. Si tratta pure di riconsiderare la proposta accademica, sotto il profilo biblico e teologico, delle scienze umane e della filosofia, così che anche gli studi contribuiscano all’appropriazione vissuta di un’antropologia relazionale, di un’ecclesiologia del Popolo di Dio missionario e sinodale e dell’identità presbiterale in chiave relazionale-comunionale: appropriazione che deve essere verificata e irrobustita sul campo nella tappa pastorale.

        Il Documento proposto individua inoltre piste operative orientate a istituire una conduzione sinodale della formazione sacerdotale (Linee-guida 2.3). Poiché il ministero sacerdotale riceve la sua identità ultimamente cristologica «nel e dal» Popolo di Dio, la formazione ad esso non può non avere il Popolo di Dio, nella sua configurazione carismatico-gerarchica, come suo soggetto proprio. Presupposto su cui investire maggiormente è la formazione dei formatori, con particolare riguardo alla loro capacità di vivere in fraternità e operare sinodalmente. Non basta procedere nella prassi già avviata del coinvolgimento di religiosi, religiose, laici e laiche competenti nell’insegnamento accademico e pratico, ma si tratta di includere donne preparate e competenti come corresponsabili a tutti i livelli della formazione, anche nell’équipe formativa. Ci si può così avvalere del loro indispensabile contributo per il discernimento della vocazione e per l’accompagnamento dei candidati al presbiterato, attivando questo sviluppo – quando non ancora avviato – attraverso un percorso con la comunità educativa, nel rispetto dei vari contesti culturali ma anche dei passi di rinnovamento che richiede una Chiesa sinodale e missionaria.

        Come il Popolo di Dio, evidentemente con il Vescovo e quanti vi sono direttamente deputati, deve contribuire al processo formativo? Qui le piste operative invitano a decisioni e pratiche che diano corpo alla corresponsabilità differenziata nell’impegno ecclesiale della formazione sacerdotale (Linee-guida 3). Per l’elaborazione della Ratio Nationalis e del progetto formativo dei singoli Seminari i Vescovi devono promuovere l’apporto di persone di diverse vocazioni. Nella cura e nell’accompagnamento dei cammini di vocazione si deve riconoscere e sostenere, anche attraverso Centri vocazionali, la vitalità di laici e laiche, delle famiglie, di educatori e catechisti. Ancora, la valutazione periodica del cammino dei candidati non deve restare appannaggio esclusivo dei responsabili ultimi della formazione; più aperto deve diventare il coinvolgimento di quanti condividono gli ambienti in cui i candidati abitano, studiano, operano. Gli stessi scrutini in vista del conferimento degli Ordini sacri prevedano un ascolto non formale, ma reale del Popolo di Dio, dando in specie la dovuta importanza allo sguardo e al giudizio delle donne.

        Infine si indicano piste operative in ordine alla formazione a quella passione apostolica che deve animare i futuri presbiteri nel servire la Chiesa missionaria (Linee-guida 4). Se è in gioco la missione del Vangelo, a livello formativo non può mancare l’annuncio e il servizio ai poveri all’interno di una complessiva sensibilità al grido delle periferie e del pianeta. Nell’andare missionario e nell’intero cammino della formazione si deve coltivare una fraternità ecumenica e interreligiosa. Inoltre, l’abitare la condizione umana non può che agevolare una formazione omiletica e catechetica che insegni a coniugare il cuore del Vangelo con il vissuto delle folle. Per questo, i processi formativi provvedano a offrire competenze, strumenti, soprattutto criteri per muoversi pure nella cultura digitale seminandovi il Vangelo. Tratto prezioso dell’iniziazione alla missione sia anche una rigorosa formazione alla cultura della tutela, ponendo le condizioni per una più decisa prevenzione di abusi di ogni tipo. Il Documento proposto segnala pure il valore di tempi di formazione vissuti in altri Paesi o in diocesi dove possa diventare ancora più vivo il senso della missione.        

        In conclusione, il Gruppo presenta un itinerario per la diffusione e l’implementazione delle piste operative offerte nel Documento proposto (Corollario).

01 settembre 2025, 09:57