Presentazione della Costituzione Apostolica Episcopalis communio. Intervento del Prof. Dario Vitali

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prof dario vitali

Presentazione della Costituzione Apostolica Episcopalis communio di Papa Francesco

Intervento del Prof. Dario Vitali

 

 

 

Quando si pubblica un nuovo documento pontificio, pare d'obbligo sottolinearne la novità. Dovrebbe essere così per ogni documento, trattandosi di un intervento del Sommo Pontefice nella vita della Chiesa, teso ad orientare e regolare il suo cammino. Certamente questa dimensione si può e si deve sottolineare per la costituzione apostolica Episcopalis communio.

La novità si coglie già nel tipo di documento scelto da papa Francesco per proporre un nuovo ordo Synodi. Egli non si è limitato a un motu proprio, ma ha proposto la nuova disciplina nel quadro di una costituzione apostolica. Paolo VI aveva istituito con cautela il Sinodo dei Vescovi, nella fiducia che aprisse l'episcopato alla sollecitudine per tutte le Chiese, immaginata da Lumen gentium 23; papa Francesco assume il lungo cammino della Chiesa post-conciliare, ritmata dalla celebrazione delle assemblee sinodali - ordinarie, straordinarie, speciali - e domanda non solo di proseguire la celebrazione del Sinodo dei Vescovi, innovando il regolamento, ma di introdurre la Chiesa stessa in un permanente cammino sinodale, che ha nel «Sinodo dei Vescovi il punto di convergenza di questo dinamismo di ascolto condotto a tutti i livelli della vita della Chiesa». Questi aspetti erano già emersi nel discorso in occasione del 50° di istituzione del Sinodo dei Vescovi, dove il papa aveva affermato che «proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio».

La novità - e non solo le novità, che sono molte nel documento - si coglie anche nei contenuti del documento: tanto nell'ampia premessa teologica, articolata in 10 punti, che nella normativa canonica, con i suoi 27 articoli. Della prima ha parlato il card. Baldisseri, della seconda ha riferito mons. Fabene. Da parte mia, vorrei sottolineare come questa novità affondi le sue radici nella Tradizione vivente della Chiesa. Si può ben dire che la costituzione manifesta con evidenza quell'«ermeneutica della riforma nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa» indicata da Benedetto XVI come la via che permette alla compagine ecclesiale di mantenersi fedeli allo Spirito, senza chiudersi nella difesa del passato e delle sue forme, senza avventurarsi in sperimentazioni senza storia, ma mantenendosi saldi nel solco della Tradizione vivente - e per questo dinamica - della Chiesa.  

1. Sinodo e Concilio Vaticano II

Nella costituzione si coglie anzitutto la fedeltà al concilio Vaticano II. Paolo VI istituì il Sinodo dei Vescovi ad inizio della IV sessione del concilio, con l'intento di mettere in atto la sollecitudine dei vescovi per tutte le Chiese emersa nella discussione in aula come un elemento caratterizzante del ministero pastorale dei vescovi. Il motu proprio Apostolica Sollicitudo costituiva in certo qual modo il primo passo nella direzione di un esercizio condiviso della cura pastorale della Chiesa universale. Paolo VI, volendo unire a sé i vescovi nel governo della Chiesa universale, lo fa a partire dalla modalità attuata per molti secoli, sancita dal Concilio Vaticano I e ribadita dal Vaticano II: il successore di Pietro, quale «principio visibile e il fondamento perpetuo di tutti i cristiani e di tutti i sacerdoti» (Pastor Aeternus, prologo) chiama i vescovi a partecipare al suo ministero a favore della Chiesa universale, accogliendo le sollecitazioni del Concilio attraverso l'istituzione del Sinodo dei Vescovi come «organismo permanente in aiuto del primato».

Da allora, una ricca stagione sinodale ha permesso alla Chiesa di interrogarsi e di rinnovarsi su questioni di vitale importanza per il suo cammino. Un limite a lungo andare era però emerso: si trattava di eventi "per addetti ai lavori", che cadevano dall'alto nella vita del Popolo di Dio. La costituzione Episcopalis communio manifesta l'intento di includere tutti i battezzati nel processo sinodale: l'art. 5 sulla consultazione del Popolo di Dio costituisce una novità decisiva in questa direzione. Novità che riprende e attua quanto diceva il Concilio sulla partecipazione del Popolo di Dio alla funzione profetica di Cristo (cfr. Lumen gentium 12), mediante l'esercizio del sensus fidei di tutti i battezzati.

L'attenzione di papa Francesco al sensus fidei del «santo Popolo fedele di Dio» è nota: basta richiamare l'ampio paragrafo di Evangelii gaudium (cfr. n. 119) in proposito. È il caso qui di sottolineare come la costituzione metta i diversi soggetti che articolano il corpo ecclesiale - il Popolo di Dio, il corpo dei vescovi, il papa, principio di unità di entrambi - in una relazione armonica, che sta alla base del processo sinodale. Il principio che regola infatti le tappe di questo processo è l'ascolto, «in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio Episcopale, Vescovo di Roma: l'uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito santo, lo "Spirito della verità" (Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli "dice alle Chiese" (Ap 2,7)». Rispetto al Concilio non c'è solo continuità, ma progresso: se il Vaticano II, infatti, aveva recuperato i soggetti e le loro specifiche funzioni nella Chiesa, la costituzione applica e traduce in prassi ecclesiale quelle indicazioni, sviluppando un cammino sinodale per tappe, che «inizia ascoltando il Popolo di Dio»; «prosegue ascoltando i pastori»; culmina nell'ascolto del vescovo di Roma, chiamato a pronunciarsi come «Pastore e Dottore di tutti i cristiani». Questi passaggi sono tradotti in norma nella costituzione Episcopalis communio.

«Sinodo e Chiesa sono sinonimi»

Il Concilio Vaticano II è spesso accusato di aver "tradito la Tradizione", spezzando il filo che teneva legata la Chiesa alle sue origini. Un'affermazione del genere non solo mostra di non conoscere i passaggi traumatici che «l'unico soggetto-Chiesa» ha vissuto nel tempo (basterebbe pensare alla Riforma gregoriana!), senza per questo interrompere il cammino della Tradizione viva; non coglie quel ritorno alle fonti voluto dal Concilio, che si è mantenuto fedele non a un segmento - peraltro il più recente - della Tradizione, ma ha recuperato il legame con l'intero cammino della Tradizione vivente della Chiesa. Quelle che vengono spesso liquidate come "scelte di compromesso" manifestano invece come il Concilio, Dei verbum religiose audiens, ha voluto e saputo collocare tutte le acquisizioni dogmatiche del II millennio - soprattutto quelle sul primato petrino - nel quadro di un'ecclesiologia dinamica, in cui riemergevano gli elementi messi in evidenza dall'esperienza privilegiata dei Padri della Chiesa.

Tutto in Lumen gentium è ritorno alla Sacra Scrittura e ai Padri. Ora, la Chiesa dei Padri era una Chiesa sinodale, nella quale il principio formulato in At 15, 28 - «è parso bene, allo Spirito Santo e a noi» - era la norma. I concili ecumenici, regionali, provinciali, diocesani erano i momenti ecclesiali per eccellenza. I processi decisionali passavano tutti per le assemblee sinodali, nelle quali ogni Chiesa era resa presente dal vescovo non in qualità di rappresentante delegato dalla comunità, ma come il pastore nel quale la Chiesa si riconosceva, in forza della stretta unità tra vescovo e Chiesa, come diceva Cipriano: «La Chiesa è nel vescovo e il vescovo è nella Chiesa» (Ep. 66,8). A ben vedere, la custodia dell'unità della Chiesa si deve alla pratica sinodale. Il passaggio da una miriade di comunità alla communio Ecclesiarum espressa nella pentarchia dipende in larga parte dalla spinta esercitata dai sinodi celebrati ai diversi livelli di vita della Chiesa, nei quali si rinsaldava il senso della cattolicità. L'espressione più alta di questa sensibilità sinodale è proprio l'articolo sulla Chiesa: credo unam sanctam catholicam et apostolicam Ecclesiam.

Papa Francesco, nel suo discorso in occasione del 50° del Sinodo dei Vescovi, cita san Giovanni Crisostomo: «Chiesa e sinodo sono sinonimi» (Expl. in Ps., 149). Se questa sovrapposizione è vera, bisogna allora parlare di «Chiesa costitutivamente sinodale», e della sinodalità come la forma vincolante in cui si declina la communio ecclesiale. Si potrebbe dire, con un po' di audacia, che la costituzione apostolica Episcopalis communio ha come obiettivo di regolare immediatamente la celebrazione delle assemblee sinodali, avendo però come orizzonte una Chiesa tutta sinodale, verso la quale tutti siamo chiamati ad andare. Il legame ideale con la Chiesa dei primi secoli, che camminava sinodalmente, è molto forte. In tal senso, anzi, la celebrazione del Sinodo diventa in certo qual modo immagine e modello della Chiesa stessa, che è chiamata a impostare tutta la sua vita sul principio sinodale dell'ascolto reciproco, a tutti i livelli della sua vita: nelle Chiese particolari, a livello delle istanze intermedie di sinodalità - «Province e Regioni ecclesiastiche, Concili particolari e in modo speciale le Conferenze episcopali» -, nella Chiesa universale.

Sinodo e Chiesa sinodale

L'obiezione, rispetto a tale scelta, potrebbe essere che l'esercizio della sinodalità nella Chiesa in Occidente  è caduta in disuso nel secondo millennio. Papa Francesco in Evangelii gaudium ha detto che sulla sinodalità la Chiesa ha molto da imparare dalle Chiese ortodosse che l'hanno conservata nella loro prassi ecclesiale. Al di là dei motivi contingenti che hanno determinato la sospensione di questa prassi nella Chiesa latina, la ragione profonda era l'impegno a chiarire le prerogative del Sommo Pontefice come «visibile principio e fondamento dell'unità» di tutta la Chiesa. Si è trattato di un processo lungo e complesso. Le definizioni del Concilio Vaticano I sul primato e l'infallibilità del papa quando parla ex cathedra costituiscono il punto di arrivo di questo processo che, chiarendo finalmente le prerogative del Sommo Pontefice, ha permesso al Vaticano II di ricollocare il ministero petrino dentro il quadro più ampio della costituzione gerarchica della Chiesa, come capo del collegio, che è sempre cum et sub Petro, e dentro la Chiesa Popolo di Dio, al servizio del quale è posta la gerarchia della Chiesa.

Rammentare questi passaggi è fondamentale, quando si voglia rileggere il cammino della Chiesa nella logica della Tradizione: senza queste tappe (certamente dolorose, ma feconde) che hanno portato a chiarire la funzione petrina, non sarebbe stato possibile articolare nell'unità dinamica del processo sinodale il primato, la collegialità e la sinodalità. La costituzione Episcopalis communio, raccogliendo l'eredità del Concilio Vaticano II, propone una via cattolica della sinodalità che impegna tutta la Chiesa e tutti i suoi soggetti in questo processo: il Popolo di Dio, il Collegio dei Vescovi, il Vescovo di Roma.

La novità più sostanziale sta in quest'ultimo - e primo - soggetto ecclesiale, il successore di Pietro, che permette di avviare e portare ad effetto il processo sinodale. Se si volge lo sguardo al I millennio, stava proprio nella mancanza di un punto di unità unanimemente condiviso il punto di debolezza della prassi sinodale. Non a caso, questa funzione veniva di fatto esercitata dall'imperatore, con una invasione di campo che in Occidente sconfinerà nelle investiture laiche, contro le quali reagirà con forza la Riforma gregoriana. Lo sviluppo dogmatico sul primato nel II millennio riconsegna alla Chiesa un profilo del ministero petrino che permette una pratica della sinodalità come forma di cammino della Chiesa. La capacità di imboccare questa via e di rimanere fedeli alla sinodalità non solo come pratica ecclesiale ma come modo di essere Chiesa costituisce quest'ultima come «vessillo innalzato tra le nazioni», che dice a tutti, dentro e fuori la Chiesa, che camminare insieme è la via di salvezza dell'umanità, perché la conduce verso la pienezza del Regno di Dio, «che non è questione di cibo e di bevanda», di potere e di gloria umana, ma è «giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17).