Presentazione della Costituzione Apostolica Episcopalis communio . Intervento del Card. Baldisseri

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Presentazione della Costituzione Apostolica Episcopalis communio

di Papa Francesco

 

Intervento del Card. Lorenzo Baldisseri

La Costituzione Apostolica Episcopalis communio, che oggi viene promulgata, reca la data del 15 settembre scorso. Si tratta di una scelta non casuale, se si pensa che in quello stesso giorno, nel 1965, il Pontefice Paolo VI – il quale, come è noto, sarà canonizzato il prossimo 14 ottobre, nel contesto della prossima Assemblea sinodale – istituiva il Sinodo dei Vescovi.

Tre anni or sono, il 17 ottobre 2015, in occasione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo, Papa Francesco pronunciò nell’Aula Paolo VI un discorso di ampio respiro, che molti commentatori considerano uno dei più teologicamente significativi del suo pontificato.

In quella circostanza, dopo aver affermato che «in una Chiesa sinodale, il Sinodo dei Vescovi è solo la più evidente manifestazione di un dinamismo di comunione che ispira tutte le decisioni ecclesiali», il Papa precisava che il Sinodo, «rappresentando l’episcopato cattolico, diventa espressione della collegialità episcopale all'interno di una Chiesa tutta sinodale. […] Esso manifesta la collegialitas affectiva, la quale può pure divenire in alcune circostanze “effettiva”, che congiunge i Vescovi fra loro e con il Papa nella sollecitudine per il Popolo di Dio» (Discorso del 17 ottobre 2015).

In un certo senso quel discorso ha anticipato in forma sintetica i principali contenuti della nuova Costituzione Apostolica. Inoltre, insieme a quelle parole programmatiche, a suggerire una revisione normativa del Sinodo è stata pure l’esperienza acquisita in occasione del cammino sinodale sulla famiglia, culminata nella XIV Assemblea Generale Ordinaria dell’ottobre 2015. Il nuovo dinamismo che Papa Francesco ha impresso alla “macchina” sinodale aveva comportato già in quell’occasione un ampio rinnovamento delle procedure, che attendeva di essere recepito stabilmente nella normativa del Sinodo.

Che il Sinodo si evolva, anche da un punto di vista costitutivo, non deve destare meraviglia. Già Paolo VI, nell’atto stesso di istituire il Sinodo, prospettava che esso «col passare del tempo potrà essere maggiormente perfezionato» (Motu proprio Apostolica sollicitudo, 15 settembre 1965, Proemio). Parole analoghe le pronunciava nel 1983 San Giovanni Paolo II, allorché affermava che «forse questo strumento potrà essere ancora migliorato. Forse la collegiale responsabilità pastorale può esprimersi nel Sinodo ancor più pienamente» (Discorso a conclusione della VI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 29 ottobre 1983).

Papa Francesco si connette dunque ai suoi predecessori, che più volte nel corso degli anni hanno messo mano alla revisione dell’Ordo Synodi Episcoporum, la cui ultima edizione è stata approvata da Benedetto XVI nel 2006. Al tempo stesso, dopo oltre cinquant’anni di attività (e ben 27 Assemblee, senza contare la prossima sui giovani e quella dell’anno venturo sull’Amazzonia), sembrava giunto il momento per una revisione di più ampio respiro, che tenesse conto della ricca esperienza acquisita e delle nuove prospettive teologiche, giuridiche e pastorali nel frattempo emerse.

Desidero quindi offrire alcune informazioni sulla Costituzione Apostolica Episcopalis communio. Il testo si articola in due grandi sezioni: una sezione dottrinale, composta di 10 paragrafi, e una sezione disciplinare, composta di 27 articoli. Quattro mi paiono in sintesi le chiavi di lettura principali per accostare la parte dottrinale del testo, che ovviamente ispira e giustifica la successiva parte disciplinare.

La prima è il riferimento al Concilio Vaticano II, che rappresenta il “grembo” generativo del Sinodo dei Vescovi. Il richiamo all’ultima assise ecumenica non è motivato da semplici ragioni di circostanza, bensì offre al Papa l’occasione per riprendere e approfondire alcuni snodi teologici cruciali del Concilio, in particolare per quanto concerne la dottrina ecclesiologica. Centrale è il riferimento alla collegialità episcopale, come sviluppata nel III capitolo della Costituzione Dogmatica Lumen gentium, grazie a cui – afferma il Papa – «è apparso definitivamente chiaro che ciascun Vescovo possiede simultaneamente e inseparabilmente la responsabilità per la Chiesa particolare affidata alle sue cure pastorali e la sollecitudine per la Chiesa universale» (n. 2).

«Di pari passo con la maturazione della dottrina sulla collegialità episcopale – prosegue Papa Francesco – è emersa pure a più riprese la richiesta di associare alcuni Vescovi al ministero universale del Romano Pontefice, nella forma di un organismo centrale permanente, esterno ai Dicasteri della Curia Romana, che fosse in grado di manifestare, anche al di fuori della forma solenne e straordinaria del Concilio ecumenico, la sollecitudine del Collegio episcopale per le necessità del Popolo di Dio e la comunione fra tutte le Chiese» (n. 2). Il Sinodo, dunque, è deputato in certo modo a prolungare nella vita ordinaria della Chiesa il dinamismo benefico del Concilio ecumenico, che nella storia si è costantemente dimostrato un potente fattore di riforma ecclesiale, ma che, per sua stessa natura, è un avvenimento assolutamente eccezionale.

La seconda chiave di lettura è offerta dal riferimento al tema, appena richiamato, del rinnovamento della Chiesa. Papa Francesco non guarda solo al passato, cioè al Concilio Vaticano II, ma anche al presente, cioè all’ora attuale della Chiesa, la quale si va introducendo – come si legge nell’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium – in «una nuova tappa evangelizzatrice» (n. 1), domandandole con forza di costituirsi «in tutte le regioni della terra in uno “stato permanente di missione”» (n. 25). Si tratta, per Papa Francesco, di riplasmare profondamente tutte le strutture ecclesiali, perché diventino “più missionarie”, cioè più sensibili ai bisogni delle persone, più aperte al nuovo che avanza, più duttili in un’epoca di rapide trasformazioni (cfr. n. 27).

Già nel 2013, pochi mesi dopo la sua elezione al soglio di Pietro, Papa Francesco confidava nell’intervista concessa a La Civiltà Cattolica: «Forse è il tempo di mutare la metodologia del Sinodo, perché quella attuale mi sembra statica». Potremmo dire che uno degli obiettivi della nuova Costituzione Apostolica è proprio quello di rendere il Sinodo più “dinamico”, e per questo più incisivo nella vita della Chiesa. Questo dinamismo è visibile, in particolar modo, nella relazione di circolarità stabilita tra il Sinodo e le Chiese locali, per il tramite dei Sinodi delle Chiese orientali cattoliche e delle Conferenze Episcopali. Il Sinodo “parte” dalle Chiese locali, cioè dal basso, dal Popolo di Dio diffuso su tutta la terra, per mezzo di una consultazione condotta a tutto campo, e, dopo il raduno assembleare dei Padri sinodali, “ritorna” nelle Chiese particolari, dove le conclusioni recepite dal Papa dovranno essere tradotte tenendo conto dei bisogni concreti del Popolo di Dio, in un processo necessariamente creativo di inculturazione.

Quanto ho detto ci introduce già nella terza chiave di lettura del documento, che mi sembra quella decisiva. Si tratta del fattore di maggiore novità della nuova Costituzione Apostolica, esposto soprattutto a partire dal n. 5, un fattore che configura sotto certi aspetti una vera e propria “rifondazione” dell’organismo sinodale: mi riferisco all’inquadramento stabile del Sinodo entro la cornice di una Chiesa costitutivamente sinodale, così come proposto nel menzionato Discorso per il 50° del Sinodo.

Se il riferimento al capitolo III di Lumen gentium sulla dottrina dell’episcopato potrebbe apparire scontato in un documento sul Sinodo, meno scontato è il riferimento al capitolo II, quello sul Popolo di Dio. Si sa che proprio a quel capitolo Papa Francesco si richiama spesso e volentieri nel suo magistero, essendo l’immagine ecclesiologica del Popolo di Dio, radicata nella Sacra Scrittura e nei Padri della Chiesa, quella da lui privilegiata. Ecco, dunque, come il Santo Padre concepisce la revisione normativa del Sinodo: «Ad animare quest’opera di rinnovamento dev’essere la ferma convinzione che tutti i Pastori sono costituiti per il servizio al Popolo santo di Dio, al quale essi stessi appartengono in virtù del sacramento del Battesimo» (n. 5).

Segue immediatamente un richiamo alla dottrina del sensus fidei, che rende il popolo di Dio infallibile “in credendo” (cfr. Lumen gentium 12; Evangelii gaudium 119). Ciò esige che i Pastori si mettano in attento ascolto del loro gregge per comprendere ciò che lo Spirito Santo dice alla Chiesa e domanda che lo stesso Sinodo, di Assemblea in Assemblea, prenda avvio da una consultazione quanto più possibile capillare dei fedeli.

La Costituzione Apostolica non si limita quindi a richiamare la dottrina sulla collegialità episcopale, ma va oltre illustrando il ministero dei Vescovi come servizio al Popolo di Dio nella pluralità di ministeri e carismi: «Benché nella sua composizione si configuri come un organismo essenzialmente episcopale, il Sinodo non vive pertanto separato dal resto dei fedeli. Esso, al contrario, è uno strumento adatto a dare voce all’intero Popolo di Dio proprio per mezzo dei Vescovi, costituiti da Dio “autentici custodi, interpreti e testimoni della fede di tutta la Chiesa”, mostrandosi di Assemblea in Assemblea un’espressione eloquente della sinodalità come “dimensione costitutiva della Chiesa”» (n. 6).

Da qui all’ultima chiave di lettura il passo è breve. Ci viene offerta nell’ultimo paragrafo della parte dottrinale (n. 10), non perché sia meno importante, ma perché in un certo senso è quella che si configura più ricca di futuro. Si tratta della dimensione ecumenica. Così, del resto, si esprimeva il Santo Padre nel citato Discorso per il 50° del Sinodo: «L’impegno a edificare una Chiesa sinodale […] è gravido di implicazioni ecumeniche. […] Sono persuaso che, in una Chiesa sinodale, anche l’esercizio del primato petrino potrà ricevere maggiore luce. Il Papa non sta, da solo, al di sopra della Chiesa; ma dentro di essa come Battezzato tra i Battezzati e dentro il Collegio Episcopale come Vescovo tra i Vescovi, chiamato al contempo – come Successore dell’apostolo Pietro – a guidare la Chiesa di Roma che presiede nell’amore tutte le Chiese».

Papa Francesco si mostra convinto che – attraverso la debita valorizzazione della dimensione sinodale della Chiesa, che reclama il protagonismo di tutti i Battezzati, e al suo interno della dimensione collegiale dell’episcopato, che rilegge la dottrina sul primato in chiave comunionale – potrà finalmente avviarsi quella «conversione del papato» già auspicata da San Giovanni Paolo II (cfr. Ut unum sint 95; anche Evangelii gaudium 32) e a cui i nostri Fratelli ortodossi e protestanti guardano con vivo interesse.

Proprio in questa direzione si potrà leggere – e accenno così, in conclusione, anche alla parte disciplinare del documento – la nuova previsione dell’art. 1, § 3, secondo cui, oltre alle tre forme già collaudate di Assemblea sinodale (Generale Ordinaria, Generale Straordinaria e Speciale), «particolarmente per ragioni di natura ecumenica, il Romano Pontefice può convocare un’Assemblea sinodale secondo altre modalità da lui stesso stabilite».

Nel momento in cui la Costituzione Apostolica Episcopalis communio entra in vigore, per trovare la sua prima applicazione nell’ormai imminente Assemblea Generale Ordinaria su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» del prossimo mese, l’auspicio è che essa possa contribuire a rendere il Sinodo dei Vescovi uno strumento sempre più efficace di comunione tra i pastori e di rinnovamento della Chiesa, al servizio del Popolo santo di Dio.

 

Sala Stampa Vaticana, 18 settembre 2018