La sinodalità nella prassi della Chiesa. Intervento del Card. Baldisseri ai Membri della Conferenza dei Vescovi Latini delle Regioni Arabe

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La sinodalità nella prassi della Chiesa

Conversazione del Card. Lorenzo Baldisseri

ai Membri della Conferenza dei Vescovi Latini delle Regioni Arabe (CELRA)

Roma, 20 febbraio 2020

Eccellenze Reverendissime,

con grande gioia prendo parte alla Sessione Plenaria della CELRA, che si conclude oggi e che, in spirito di comunione con il Successore di Pietro, avete scelto di celebrare qui a Roma.

Mi congratulo con voi per l’interesse verso il tema della sinodalità ecclesiale, interesse in cui si riconosce il desiderio di rinnovare la prassi ecclesiale all’interno delle vostre Circoscrizioni ecclesiastiche e della vostra stessa Conferenza Episcopale alla luce delle autorevoli sollecitazioni di Papa Francesco.

1. L’attuale revival del tema della sinodalità

San Giovanni Crisostomo ha affermato che «Chiesa e Sinodo sono sinonimi», ovvero – secondo una diversa traduzione – che «Sinodo è nome della Chiesa». Quest’affermazione permette immediatamente di comprendere che la sinodalità non è un tema fra tanti, bensì designa «una dimensione costitutiva della Chiesa», alla luce della quale occorre comprendere tutti gli aspetti della vita cristiana e della missione ecclesiale. È quanto Papa Francesco ha affermato espressamente nell’Aula «Paolo VI» il 17 ottobre 2015, nell’importante Discorso per il 50° anniversario del Sinodo dei Vescovi.

La sinodalità, si potrebbe asserire, non riguarda solo il ben-essere, ma l’essere stesso della Chiesa, la sua specifica “natura”. Questa verità non sempre è stata adeguatamente compresa e, soprattutto, non sempre è stata adeguatamente vissuta all’interno della Chiesa stessa. Oggi, tuttavia, stiamo fortunatamente assistendo a un inaspettato revival, giacché sta maturando la convinzione – così sostiene ancora il Santo Padre – che la sinodalità «è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» (ibid.).

Non vi è dubbio, del resto, che a questo ritrovato interesse stia contribuendo in modo rilevante proprio l’attuale pontificato. Il tema è venuto emergendo progressivamente nel magistero di Papa Francesco. Manca ancora una trattazione esplicita nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, che pure costituisce il manifesto programmatico del suo ministero petrino, benché colà se ne trovino chiaramente delineati tutti i presupposti. Comincia ad affiorare in modo più esplicito, ma ancora in forma occasionale, in alcuni interventi successivi, fino a trovare la sua prima trattazione per così dire “organica” nel 2015, in occasione del citato discorso per il 50° anniversario del Sinodo dei Vescovi.

Sotto alcuni aspetti, quel discorso ha rappresentato un “pretesto”. In effetti, il Sinodo dei Vescovi e la sinodalità sono temi diversi, benché fra loro collegati, e non possono essere confusi. Certamente il Sinodo rappresenta una modalità assolutamente privilegiata di esercizio della sinodalità al livello della Chiesa universale, ma la sinodalità resta nondimeno una realtà infinitamente più articolata, chiamata a realizzarsi in molteplici forme, tanto al livello della Chiesa universale, quanto al livello della Chiesa locale, senza dimenticare il livello “intermedio” dei raggruppamenti delle Chiese locali, quali sono oggi soprattutto le Conferenze episcopali e le loro Riunioni continentali, senza naturalmente dimenticare – come nel vostro caso e in quello di tante Chiese d’Oriente – l’istituzione antichissima del Patriarcato.

L’originalità del Papa è stata, in un certo senso, quella di ripensare il Sinodo dei Vescovi nella “cornice” di una Chiesa “tutta sinodale”: pur conservando la natura essenzialmente episcopale dell’organismo sinodale, così come avevano desiderato configurarlo San Paolo VI e il Concilio Vaticano II, l’attuale Pontefice ha voluto coordinare meglio la sua attività con il resto del Popolo di Dio, soprattutto dando nuovo vigore al processo della consultazione delle Chiese particolari, un processo che precede e prepara il raduno sinodale dei Pastori, coinvolgendo la totalità delle istanze ecclesiali.

A sua volta, il discorso del 2015 ha costituito il “canovaccio” a partire dal quale ha preso forma la Costituzione apostolica sul Sinodo dei Vescovi, Episcopalis communio, promulgata il 15 settembre 2018. In quel documento si legge, tra le molte altre cose, che il Sinodo «è uno strumento adatto a dare voce all’intero Popolo di Dio proprio per mezzo dei Vescovi, costituiti da Dio “autentici custodi, interpreti e testimoni della fede di tutta la Chiesa”, mostrandosi di Assemblea in Assemblea un’espressione eloquente della sinodalità come “dimensione costitutiva della Chiesa”» (n. 6).

Episcopalis communio è stata preceduta solo di pochi mesi da un documento non meno interessante della Commissione Teologica Internazionale, intitolato La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa (2 marzo 2018), che propone finalmente uno sviluppo sistematico del tema, svincolandosi da un riferimento esclusivo al Sinodo dei vescovi. Vi si legge in particolare:

«L’insegnamento della Scrittura e della Tradizione attesta che la sinodalità è dimensione costitutiva della Chiesa, che attraverso di essa si manifesta e configura come Popolo di Dio in cammino e assemblea convocata dal Signore risorto […] La sinodalità non designa una semplice procedura operativa, ma la forma peculiare in cui la Chiesa vive e opera» (n. 42).

La sinodalità non è un’invenzione di questo Papa. Si potrebbe anzi sostenere che la sinodalità sia antica quanto la Chiesa stessa, se è vero che già il Nuovo Testamento ci mostra il volto di una Chiesa pluriministeriale, attenta a valorizzare i doni e i carismi liberamente distribuiti dallo Spirito Santo, e pronta a risolvere le questioni più complesse con il concorso di tutti, come nel “Sinodo” paradigmatico di Gerusalemme. Si aggiunga poi che già il secondo secolo conosce la celebrazione di numerosi Sinodi locali (diocesani, provinciali, regionali), con l’intervento di pastori e laici, a partire dai quali prenderà forma, a partire dal IV secolo, l’istituzione del Concilio ecumenico. Siamo allora in presenza di un “ritorno alle fonti”, anche se nuovi possono apparire taluni accenti, soprattutto se messi a confronto con i modelli di Chiesa predominanti negli ultimi secoli.

Nelle riflessioni che seguono desidero interrogarmi con voi sull’essenza della sinodalità (il suo quid), sui suoi soggetti (il suo quis) e sul suo esercizio (il suo quomodo).

2. Che cos’è la sinodalità

«Sinodalità» è un neologismo di origine francese, ricalcato sull’antica parola «Sinodo». Ne offre una definizione puntuale il menzionato documento della Commissione Teologica Internazionale:

«La sinodalità esprime l’essere soggetto di tutta la Chiesa e di tutti nella Chiesa. I credenti sono synodoi, compagni di cammino, chiamati a essere soggetti attivi in quanto partecipi dell’unico sacerdozio di Cristo e destinatari dei diversi carismi elargiti dallo Spirito Santo in vista del bene comune. La vita sinodale testimonia una Chiesa costituita da soggetti liberi e diversi, tra loro uniti in comunione, che si manifesta in forma dinamica come un solo soggetto comunitario il quale, poggiando sulla pietra angolare che è Cristo e sulle colonne che sono gli Apostoli, viene edificato come tante pietre vive in una “casa spirituale” (cfr. 1Pt 2,5), “dimora di Dio nello Spirito” (Ef 2,22)» (n. 55).

La sinodalità, in altre parole, esprime la soggettualità di tutti i battezzati nella Chiesa. Il fondamento di quest’idea sta nella dottrina conciliare della Chiesa come Popolo di Dio, sviluppata nel capitolo II di Lumen gentium, un capitolo di grande importanza che, come sappiamo, ha anteposto ciò che unisce i fedeli a ciò che li distingue, facendo precedere alle differenziazioni gerarchiche la comune dignità dei battezzati. Vale la pena richiamare almeno il n. 10 di quella Costituzione, in cui si ripropone autorevolmente l’antichissima dottrina sul sacerdozio comune o battesimale dei fedeli, al servizio del quale Cristo ha istituito il sacerdozio ministeriale o gerarchico.

Ciò esclude che nella Chiesa ci siano attori da una parte e spettatori dall’altra, come avviene a teatro, e permette di considerare tutti come protagonisti della missione ecclesiale. La sinodalità reclama la progettazione e l’attuazione condivisa, e dunque partecipativa, dell’intera azione pastorale. Lo stesso documento della CTI lo afferma anche altrove: «Il concetto di sinodalità richiama il coinvolgimento e la partecipazione di tutto il Popolo di Dio alla vita e alla missione della Chiesa» (n. 7).

Per supportare tali affermazioni Papa Francesco, nel discorso del 2015, non ha mancato di richiamare un «principio caro alla Chiesa del primo millennio: “Quod omnes tangit ab omnibus tractari debet”». Enunciato nel codice giustinianeo del VI secolo e ancora utilizzato nel Medioevo fino a trovare la sua formulazione compiuta in Bonifacio VIII, questo principio riassume l’esperienza della Chiesa dei Padri, prima che l’irrigidimento clericalista confinasse il laicato in posizione di passività. Il «debet» dell’antico brocardo suggerisce che la prassi sinodale non è una (benevola) concessione della gerarchia, ma un diritto (nativo) dei fedeli, che essi possono giustamente rivendicare.

La sinodalità, inoltre, esprime il tipo di rapporto che deve legare fra loro i battezzati, ovvero un rapporto di comunione (lo dice la particella syn, «insieme»). «La sinodalità, in questo contesto ecclesiologico, indica lo specifico modus vivendi et operandi della Chiesa Popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice» (CTI, n. 6).

Il rimando è qui, se si presta bene attenzione, soprattutto al capitolo I di Lumen gentium e alla sua ecclesiologia di comunione. Non si possono opporre ecclesiologia di comunione (sviluppata soprattutto durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) ed ecclesiologia sinodale (proposta da Papa Francesco), perché quest’ultima rappresenta il coerente sviluppo di quella: se la prima mostra l’esigenza che la Chiesa si strutturi sul modello della Trinità, in cui ciascuno esiste negli altri e per gli altri (secondo una prospettiva più “misterica”), la seconda intende indicare l’attuazione concreta di questa vocazione trinitaria, individuando le forme in cui tutti possano partecipare all’edificazione della Chiesa (secondo una prospettiva più “operativa”).

Ancora, la sinodalità indica il dinamismo, il cammino, il rinnovamento come caratteristica della Chiesa (lo dice la parola hodos, “via, cammino”). Qui il riferimento va soprattutto al capitolo VII di Lumen gentium, dedicato all’indole pellegrinante della Chiesa, Popolo di Dio proteso verso il compimento escatologico. La Chiesa è in cammino verso il perfetto compimento del Regno di Dio, cioè in definitiva verso Cristo stesso, Signore della storia.

La sinodalità, ravvivando la consapevolezza della natura escatologica del Popolo di Dio, è l’antidoto a una visione statica e astorica della Chiesa. Essa è il “motore” di una comunità che, posta da Dio dentro la storia per condurre l’umanità verso l’eschaton atteso e promesso, si lascia provocare “dalla” storia e si pone come segno di contraddizione “nella” storia.

Del resto, un rapido sguardo al passato mostra bene che l’elemento sinodale sia appunto sempre servito a “scuotere” il corpo ecclesiale, rimettendolo in movimento, cioè in atteggiamento di riforma. Nei momenti in cui la Chiesa appariva “immobile”, perché “ingessata” nel mantenimento di privilegi o “rilassata” in costumi di vita poco evangelici, si faceva puntualmente insistente dal “basso” la richiesta di convocare sinodi che potessero riportare la sponsa Christi alla sua vera natura di popolo-in-cammino.

3. Chi attua la sinodalità

«Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare “è più che sentire”. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo “Spirito della verità” (Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli “dice alle Chiese” (Ap 2,7)» (Papa Francesco, Discorso, 17 ottobre 2015).

In queste parole Papa Francesco indica essenzialmente tre soggetti della sinodalità a livello della Chiesa universale: Papa, Collegio episcopale, Popolo di Dio. Un’analoga scansione ternaria si potrebbe individuarla anche all’interno della Chiesa particolare: Vescovo, Presbiteri e Diaconi, Popolo di Dio. La medesima visione tripartita è proposta dalla Commissione Teologica Internazionale quando parla di “tutti-alcuni-uno”:

«Questa visione ecclesiologica invita a promuovere il dispiegarsi della comunione sinodale tra “tutti”, “alcuni” e “uno”. A diversi livelli e in diverse forme, sul piano delle Chiese particolari, su quello dei loro raggruppamenti a livello regionale e su quello della Chiesa universale, la sinodalità implica l’esercizio del sensus fidei della universitas fidelium (tutti), il ministero di guida del collegio dei Vescovi, ciascuno con il suo presbiterio (alcuni), e il ministero di unità del vescovo e del papa (uno). Risultano così coniugati, nella dinamica sinodale, l’aspetto comunitario che include tutto il Popolo di Dio, la dimensione collegiale relativa all’esercizio del ministero episcopale e il ministero primaziale del Vescovo di Roma» (n. 65).

Occorre notare che, in queste “triadi”, l’ultimo soggetto è sempre incluso nel secondo e il secondo nel terzo: il Papa presiede come vescovo di Roma il Collegio episcopale, di cui è membro, così come il Vescovo appartiene come battezzato al Popolo di Dio; analogamente, nella Chiesa locale, il Vescovo presiede il presbiterio, mentre i ministri ordinati sono membri del popolo di Dio.

I tre soggetti della sinodalità, dunque, non sono “adeguatamente distinti”, non stanno semplicemente l’uno di fronte all’altro, ma sono in profondità l’uno “dentro” l’altro, a mo’ di cerchi concentrici, segno che quanti esercitano l’autorità nella Chiesa non possono dimenticare la radice battesimale di ogni loro funzione ecclesiale e il loro prioritario radicamento nel Popolo di Dio.

I pastori della Chiesa, dall’ultimo ordinato fino al successore di Pietro, sono e restano membri di questo Popolo, perché la nuova configurazione ontologica arrecata dal sacramento dell’Ordine non cancella ma specifica quella primordiale del Battesimo, il “sacramento-radice” su cui si innesta ogni altra grazia sacramentale elargita da Dio per mezzo della Chiesa.

Proprio per questo Papa Francesco domanda ai ministri ordinati di rimanere “dentro” il Popolo, prima di mettersi alla sua testa. Lo “stare-con” precede l’“essere-davanti”: il Papa per primo «non sta, da solo, al di sopra della Chiesa; ma dentro di essa come battezzato tra i battezzati e dentro il Collegio episcopale come Vescovo tra i Vescovi, chiamato al contempo – come successore dell’apostolo Pietro – a guidare la Chiesa di Roma che presiede nell’amore tutte le Chiese» (Discorso, 17 ottobre 2015).

Il rapporto che lega questi soggetti tra loro è un rapporto fondato sull’ascolto: essi sono chiamati ad ascoltarsi sinceramente e reciprocamente, senza che ci sia chi parli soltanto e non ascolti mai, o qualcuno che debba invece solo ascoltare e tacere. È in quest’orizzonte che si può comprendere l’antica dottrina di ispirazione biblica del sensus fidei, anch’essa decisamente rilanciata dal Santo Padre, una dottrina che accorda alla totalità dei battezzati – e non solo ad alcuni “specialisti” tra di essi – un particolare e soprannaturale “intuito” della verità rivelata, in virtù del quale tutti i cristiani concorrono ad approfondire la conoscenza del mistero inesauribile di Cristo.

Così il Santo Padre spiega nel Discorso per il 50° del Sinodo: «Il sensus fidei impedisce di separare rigidamente tra Ecclesia docens ed Ecclesia discens, giacché anche il Gregge possiede un proprio “fiuto” per discernere le nuove strade che il Signore dischiude alla Chiesa». In questo Discorso troviamo un ulteriore rimando esplicito al Concilio, in particolare a Lumen gentium 12, laddove il senso soprannaturale della fede si collega alla dimensione profetica del sacerdozio battesimale, che abilita tutti i fedeli – benché ciascuno in forma diversa a seconda della propria condizione – all’annuncio e all’insegnamento.

Il tema era stato già proposto in Evangelii gaudium 119:

«In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge a evangelizzare. Il popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile “in credendo”. Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida nella verità e lo conduce alla salvezza (cfr. LG, n. 12). Come parte del suo mistero d’amore verso l’umanità, Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei – che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio. La presenza dello Spirito concede ai cristiani una certa connaturalità con le realtà divine e una saggezza che permette loro di coglierle intuitivamente, benché non dispongano degli strumenti adeguati per esprimerle con precisione».

Ad ogni modo, la sinodalità non conduce affatto a un livellamento ministeriale di stampo protestante. Altrimenti i soggetti non sarebbero tre, ma uno soltanto: il Popolo di Dio. Se ai pastori si chiede anzitutto di restare dentro questo Popolo, questo non significa che essi debbano rinunciare a mettersi anche di fronte al Popolo, come guide del Gregge sul modello di Cristo. «La dimensione sinodale della Chiesa esprime il carattere di soggetto attivo di tutti i battezzati e insieme lo specifico ruolo del ministero episcopale in comunione collegiale e gerarchica con il vescovo di Roma» (CTI, n. 64).

Non si tratta, allora, di opporre una Chiesa “democratica” a una Chiesa “monarchica”, perché la Chiesa è irriducibile a ogni sistema di organizzazione politica, di cui la storia testimonia oltretutto l’inevitabile imperfezione. È innegabile che un’istanza democratica si celi dietro l’attuale richiesta di maggiore partecipazione ai processi decisionali in atto nella Chiesa, così come è innegabile che alla rigida gerarchizzazione degli ultimi secoli abbia contribuito il fascino, più o meno consapevole, delle monarchie assolute di epoca moderna. Bisogna, tuttavia, guardarsi da ambedue gli estremi.

Lungi dal negare il principio di autorità nella Chiesa, la sinodalità consente di rileggerlo in chiave evangelica. Non vi è dubbio che nella Chiesa locale i Vescovi, coadiuvati dai Presbiteri e dai Diaconi, posseggano l’onore e l’onere della decisione, e che lo stesso debba dirsi nella Chiesa universale per il Collegio episcopale e il Vescovo di Roma, pastore e dottore di tutti i cristiani. Ma quest’autorità si esercita sempre per il bene di tutti e dopo aver prestato ascolto a tutti, perché in tutti – non escluso il più piccolo, come affermava San Benedetto – dimora lo Spirito di Cristo, che è «Spirito della verità» (Gv 14, 17).

È un’autorità che – come il Vangelo afferma a chiare lettere – si esercita nella logica del servizio, della diakonía, sul modello di Gesù «venuto non per essere servito ma per servire» (Mc 10,45). Come ricorda ancora la Commissione Teologica Internazionale, «Cipriano di Cartagine [...] formula il principio episcopale e sinodale che ne deve reggere la vita e la missione a livello locale e a livello universale: se è vero che nella Chiesa locale non va fatto nihil sine episcopo [niente senza il Vescovo], è altrettanto vero che non va fatto nihil sine consilio vestro et sine consensu plebis [niente senza il consiglio dei Presbiteri e dei Diaconi e senza il consenso del Popolo» (25).

4. Come vivere la sinodalità

Così Papa Francesco ha affermato rivolgendosi alle Superiori Generali il 12 maggio 2016:

«[Un] pericolo, che è una tentazione molto forte e ne ho parlato parecchie volte, è il clericalismo. E questo è molto forte. Pensiamo che oggi più del sessanta per cento delle parrocchie – delle diocesi non so, ma solo un po’ meno – non hanno il consiglio per gli affari economici e il consiglio pastorale. Questo cosa vuol dire? Che quella parrocchia e quella diocesi è guidata con uno spirito clericale, soltanto dal prete, che non attua quella sinodalità parrocchiale, quella sinodalità diocesana, che non è una novità di questo papa».

Queste parole del Papa permettono di comprendere che l’autentica sinodalità esige di superare una mentalità clericalista. Quest’ultima deve essere combattuta non solo perché ostacola, anziché favorire, l’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, un mondo che sfugge sempre più alla “presa” dei ministri ordinati, ma ancor prima perché trae origine da una grave ignoranza circa la dignità sacerdotale di tutti i battezzati.

È anche vero, prosegue il Santo Padre, che la “patologia” clericalista affligge sovente gli stessi laici, che tendono a delegare ai pastori quelle responsabilità che il Battesimo attribuirebbe invece proprio a loro, o al contrario si illudono che, per “contare” qualcosa nella Chiesa, occorra a tutti i costi “clericalizzarsi”, “scimmiottando” i ministri ordinati.

Secondo la Commissione Teologica Internazionale,

«La conversione pastorale per l’attuazione della sinodalità esige che alcuni paradigmi spesso ancora presenti nella cultura ecclesiastica siano superati, perché esprimono una comprensione della Chiesa non rinnovata dalla ecclesiologia di comunione. Tra essi: la concentrazione della responsabilità della missione nel ministero dei Pastori; l’insufficiente apprezzamento della vita consacrata e dei doni carismatici; la scarsa valorizzazione dell’apporto specifico e qualificato, nel loro ambito di competenza, dei fedeli laici e tra essi delle donne» (n. 105).

La sinodalità ecclesiale si attua, inoltre, praticando l’arte del discernimento comunitario, cioè sforzandosi di interpretare insieme i segni dei tempi, un tema a cui il Santo Padre, forte anche della sua formazione gesuitica, si mostra da sempre molto sensibile. «Discernimento» è stata, non per caso, una delle parole chiave del cammino sinodale sulla famiglia e di quello sui giovani, dove compare già nel titolo, ritornando anche recentemente in occasione del Sinodo Speciale per la Regione Panamazzonica.

Così si esprime ancora la Commissione Teologica Internazionale:

«L’esercizio del discernimento è al cuore dei processi e degli eventi sinodali. Così è sempre stato nella vita sinodale della Chiesa. L’ecclesiologia di comunione e la specifica spiritualità e prassi che ne discendono, coinvolgendo nella missione l’intero Popolo di Dio, fanno sì che diventa “oggi più che mai necessario (…) educarsi ai principi e ai metodi di un discernimento non solo personale ma anche comunitario”. Si tratta d’individuare e percorrere come Chiesa, mediante l’interpretazione teologale dei segni dei tempi sotto la guida dello Spirito Santo, il cammino da seguire a servizio del disegno di Dio escatologicamente realizzato in Cristo che vuole realizzarsi in ogni kairós della storia. Il discernimento comunitario permette di scoprire una chiamata che Dio fa udire in una situazione storica determinata» (n. 113).

Certamente, per rinnovare la Chiesa alla luce del principio sinodale, occorre rivitalizzare gli organismi di partecipazione sorti dopo il Concilio, oggi un po’ dovunque in sofferenza. La sinodalità diocesana deve realizzarsi mediante il Sinodo diocesano, il Consiglio presbiterale, il Consiglio pastorale diocesano, le Assemblee pastorali. La sinodalità parrocchiale mediante il Consiglio pastorale parrocchiale e il Consiglio per gli affari economici.

Ci domandiamo pertanto, a mo’ di conclusione: nelle nostre Diocesi esistono questi organismi? E, se sì, procedono stancamente, si radunano solo saltuariamente, ratificano decisioni già prese, o sono luogo di esercizio effettivo, benché molte volte sofferto, di sinodalità ecclesiale?

Si tratta di domande a cui, come Pastori, siamo chiamati a dare risposte puntuali, se vogliamo dare concretezza al cammino improrogabile della sinodalità ecclesiale, imparando – come ci chiede il Santo Padre – ad articolare meglio l’esercizio dell’autorità del Vescovo con la pratica sinodale del discernimento da parte dell’intera comunità ecclesiale.

Ringraziandovi per l’attenzione, mi auguro che questi spunti di riflessione, legati anche alla mia personale esperienza al servizio del Sinodo dei Vescovi dal 2013 fino ad oggi, possano offrire elementi utili al vostro non facile ministero pastorale nelle Regioni arabe, territori che anticamente hanno rappresentato un’avanguardia per l’esercizio della sinodalità, dal livello delle Chiese locali a quello dei Patriarcati, e che ancor oggi – ne sono convinto – hanno molto da insegnare all’intera Catholica. Grazie.

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 Sinodo dei Vescovi-Congregazione generale

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